Lo abbiamo aspettato con ansia e alla fine è arrivato: il Diavolo veste Prada 2 però, rimane ancorato al 2006 e a pagarne il prezzo è proprio la moda.

Che in fin dei conti rimane più o meno il tema centrale del film, anche se in modo diverso, forse un po’ più fluido, forse un po’ meno austero rispetto al colossal del 2006, che ha generato sin da subito curiosità, voglia di vestirsi bene e di lanciarsi nel famigerato modo della moda.
Un film che narra, ci fa sognare grazie alla fotografia, all’immancabile Vogue di Madonna e ovviamente ai tantissimi cambi d’abito Chanel, Gucci e Jimmy Choo. Eppure, se nel 2006 avevamo fame di stile, di gridare al mondo chi fossimo grazie a una gonna plissé in velluto tinta unita, nel 2026, dopo ben vent’anni, i boomer hanno scelto la strada più semplice, ovvero l’incapacità di trasformarsi.
I millennials hanno compreso cosa significhi crescere con la moda che diventa in qualsiasi circostanza un vestito da indossare, ma non da personificare e la Gen Z, che si è totalmente e letteralmente svestita dai preconcetti delle generazioni passate. E il Diavolo veste Prada 2 è piaciuto sì, indubbiamente, ma a pagarne il prezzo è proprio quel lontano 2006.
Andy Sachs e Miranda Priestly sono cambiate. Lo stile molto meno
Andy Sachs non è più la ragazza spaesata del primo film. Miranda Priestly non è più soltanto il simbolo glaciale del potere editoriale assoluto. Entrambe mostrano sfumature nuove, più umane, quasi meno costruite. Eppure l’immaginario estetico che le circonda continua ad appoggiarsi a codici molto sicuri, familiari e riconoscibili.
Gli stivali Chanel.
I cappotti perfetti.
Le silhouette rigidissime.
Gli outfit che comunicano controllo prima ancora del dialogo. Tutto funziona ancora visivamente, ma raramente sorprende davvero. È come se il film avesse paura di abbandonare ciò che ha reso iconico il primo capitolo.
E forse è anche comprensibile: una parte del pubblico voleva esattamente questo. Ritrovare quella trasformazione di Andy Sachs da “ragazza antimoda” a donna capace di entrare nel sistema fashion senza più subirlo. Ritrovare Miranda Priestly come incarnazione vivente di eleganza, distanza e potere.
Ma nel frattempo il significato stesso del lusso è cambiato. Miranda ha provato a tenere in mano il suo potere diventandone al contempo vittima, Andy si è presa la sua rivincita ‘comandando’ su colei che ha gestito Runway per decenni e decenni. Ma a cambiare è stata anche la moda e Amari, nonché la nuova assistente di Miranda ce ne ha dato prova.
Nessun colpevole di stile, Amari guarda Miranda non come colei che può definire la sua carriera, ma come colei che le ha concesso una carriera. Lei è il vero frutto della Gen Z: i suoi outfit non sono stati costruiti da occhi giudicanti, da colleghi che intimidiscono, hanno semplicemente seguito il gusto prettamente personale di guardarsi allo specchio e dire: ‘Sono pazzesca così, con questa salopette a gonna in jeans délavé grigio fumo‘.
E mentre Amarii si vive il suo tempo, il Diavolo veste Prada ci può insegnare qualcosa di estremamente potente.
IL POTERE DEL CERULEO, LA PERDITA DI CHANEL
La parte più interessante del film non è il glamour. Non sono nemmeno i richiami nostalgici al primo capitolo. È la sensazione continua che tutti i personaggi stiano cercando disperatamente di capire chi sono diventati.
Ed è qui che la moda smette di essere semplice styling. Diventa linguaggio emotivo.
Per anni il lusso ha raccontato successo, ambizione e desiderio di emergere. Oggi invece sembra raccontare qualcosa di molto più fragile: il bisogno di sentirsi ancora riconoscibili dentro un mondo che cambia continuamente estetica, codici e valori. È forse proprio per questo che il film resta così legato ai propri simboli storici.
Perché anche noi, nel frattempo, siamo diventati nostalgici di ciò che ci faceva sentire sicuri. E qui entra in gioco il primo vero Diavolo veste Prada. Non basta uno stivale Chanel per comunicare forza. Non basta un cappotto perfetto per definire identità. E non basta nemmeno la moda stessa, oggi, per nascondere completamente le nostre fragilità.
Forse il messaggio più contemporaneo del film è proprio questo: se dimentichi chi sei davvero, persino gli outfit più iconici perdono significato. Gli stivali Chanel rimangono pur sempre di pelle e firma, il maglioncino ceruleo preso in una ‘pila di roba’ torna ad avere un’anima.





[…] perché genera attenzione. E l’attenzione, nell’epoca dei social(come abbiamo visto nel film il Diavolo veste Prada 2 che non è un film per giovani, come dico qui), vale molto più dell’eleganza […]